La rabbia: cosa si nasconde dietro?

Le emozioni svolgono un ruolo importante nella nostra vita e in primo luogo forniscono informazioni su ciò di cui abbiamo bisogno e su ciò che arreca danno.

Anche la rabbia ha una funzione importante e può essere vista come “un dono che ci porta a scoprire quali bisogni hanno stimolato la nostra reazione”. 

La rabbia è un’emozione di base, primordiale ed adattiva, che serve a segnalare un bisogno che viene negato e ad attivare le risorse per difendersi da eventuali attacchi provenienti dall’ambiente.

 

Quand’è che proviamo rabbia di solito?

Quando abbiamo la percezione di aver subito un torto, un danno ingiusto. 
Danno e valutazione di ingiustizia sono gli ingredienti che ci spingono a provare rabbia. Quindi proviamo rabbia quando crediamo che l’altro abbia agito intenzionalmente per ferire, che non vi siano giustificazioni, che il danno subito sia grave e qualcosa che non si potrà ripristinare o avere. Più pensiamo che il torto sia ingiustificato e intenzionale più la nostra rabbia cresce vertiginosamente.

 

Quante volte hai avuto questi questi pensieri di fronte alla rabbia?

“è ingiusto, lo ha fatto apposta, non aveva motivi, poteva fare diversamente, voleva danneggiarmi…è giusto arrabbiarmi”.
Rispetto a quest’ultima frase spesso si pensa che la rabbia sia l’unica reazione possibile, che non possa esserci altro che sentirsi arrabbiati e desiderosi di manifestarla verbalmente e alle volte anche fisicamente. In realtà sappiamo che non è così e secondo l’ottica cognitivo comportamentale spesso la differenza sta nel modo in cui valutiamo quella situazione e questo non vale solo per la rabbia ma anche per altre emozioni: quindi è l’ingrediente cognitivo, ossia il pensiero che sto facendo rispetto ad una determinata situazione che condiziona il tipo di emozione che sto sentendo.

Secondo Rosenberg ci sono 3 fattori molto importanti che possono aiutarci a spiegare le ragioni della differenza tra chi reagisce con rabbia e chi in modo compassionevole alla medesima situazione:

  • il linguaggio che ci è stato insegnato
  • il modo in cui siamo stati educati a pensare e a comunicare
  • le specifiche strategie che abbiamo imparato per influenzare gli altri e noi stessi

Questi elementi fanno parte di un processo “La comunicazione nonviolenta” (CNV) che ci insegna ad utilizzare la rabbia come un campanello d’allarme che ci avverte se stiamo pensando in modi che renderanno improbabile soddisfare i nostri bisogni e che anzi ci porteranno ad interagire con gli altri in modo poco costruttivo.

La Comunicazione Nonviolenta ci spinge a concentrare la nostra attenzione sui bisogni, a valutare se sono stati soddisfatti e se non lo sono a scoprire il modo più efficace per raggiungerli.

 

Riflettere sulla rabbia e sul modo in cui reagiamo ad essa ci aiuta a capire meglio alcuni aspetti fondamentali di una comunicazione basata sul fare osservazioni senza giudicare, sull’avere chiari i nostri bisogni e sentimenti, sul fare richieste precise e allacciare relazioni che arricchiscono la vita.

Quando proviamo rabbia proviamo a rallentare ad ascoltarci, lasciamo emergere i pensieri che ci fanno arrabbiare, che facciamo mentre stiamo sperimentando tale emozione e cerchiamo di arrivare ai nostri bisogni insoddisfatti, che ne sono alla radice.

 

È molto più difficile esprimere i sentimenti legati ai bisogni che esprimere rabbia.
Esprimere pienamente la rabbia non vuol dire soltanto collegarsi ai sentimenti e ai bisogni profondi presenti in noi, sotto la rabbia, ma anche far si che l’altra persona li ascolti e li comprenda.

 

Ascoltiamo la rabbia che si muove dentro di noi ma ascoltiamo anche il dolore che si cela dietro di essa!

di Katia e Sara Santarelli

Bibliografia

Le sorprendenti funzioni della rabbia di M. Rosenberg edizioni Esserci

 

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